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Tre vite, tre cuori, tre menti: un’unica nazione

15 aprile 2025 - Tempo di lettura: 12 minuti

Categoria: Parole per...

Era una calda mattina d’autunno quando Andra, Moa e Niva discutevano sul compito che era stato assegnato loro dalla professoressa universitaria.

 “Che scatole” esclamò Moa “sarà possibile che dia sempre libri da leggere?!”

“Ma è così bello”, esclamò Andra.

 “Ragazze facciamo così: alle quindici e trenta andiamo in biblioteca così cerchiamo il libro”, propose Niva.

Moa domandò: “A proposito, come s’intitola quell’obbrobrio che ci ha obbligato a leggere?”

Andra per l’ennesima volta le rispose: “1984”

“Dai sbrighiamoci che iniziano le lezioni e la prossima è proprio quella di istituzioni di diritto pubblico”, sollecitò Niva.

Concluse le lezioni, giunse l’ora di andare in biblioteca. Le tre ragazze, sebbene fossero in Italia da qualche anno, non erano ancora abituate alla diversità tra l’Oriente e l’Occidente: tutte le mattine sulla strada verso l’università le tre giovani incontravano una simpatica signora di circa 80 anni, che portava a spasso il cane. In molti casi le fermava per chiacchierare e per raccontare aneddoti sulla sua infanzia. In Cina non se lo sarebbero mai sognato.

Si diressero così in biblioteca e presero “1984”. Arrivate a casa, decisero di iniziare subito a leggerlo così da non perdere tempo. Giunta la ventesima pagina, il libro cadde loro di mano. I loro occhi si proiettarono sulla parola “sessioni di autocritica”. Le tre impallidirono, si fissarono a vicenda, il tempo sembrava non scorrere più. All’improvviso Moa raccolse il libro da terra e con stizza lo chiuse nel cassetto. Il sole tramontò e, senza dire una parola, le ragazze si diressero verso le loro camere. Mentre Andra e Moa sembravano dormire pacificamente, a Niva venne interrotto il sonno da un ricordo lontano.

Si era sempre chiesta come mai le bambine della sua età potevano vestirsi e comportarsi come pareva a loro, mentre in quel paese dovevano per forza seguire delle regole in qualsiasi circostanza. Tra un pensiero e l’altro Niva si addormentò sul davanzale della finestra. La mattina seguente la bambina scese in sala colazione dell’orfanotrofio. Due biscotti secchi, una tazza di latte tiepido e nulla più. L’unica differenza rispetto agli altri giorni fu che la signorina che seguiva i bambini prese da parte la bimba.

“Tra un’ora ti voglio nel mio studio.” Le rivolse queste parole con un tono dispregiativo. La bambina si limitò ad annuire.

Fu così che un’ora dopo si ritrovò davanti a due signori sulla quarantina.

“Questi sono i tuoi genitori adottivi, Dalai e Hui Ying”, disse la signorina. “Non vedo l’ora di portarti a casa con noi!”  esclamò la sua futura madre.

Niva sorrise appena, così il signore ruppe il ghiaccio: “Sono sicuro che ti troverai benissimo da noi e ti ambienterai molto presto”.

La direttrice mandò la bambina a prepararsi la valigia, loro nel frattempo firmarono delle pratiche. Diede l’ultimo saluto alla camera che l’aveva ospitata per anni, poi prese coraggio e chiuse la porta alle sue spalle. Il viaggio verso la sua nuova casa fu silenzioso, nessuno fiatava e l’atmosfera era tesa. Dopo un’ora abbondante si ritrovò a scaricare i bagagli. L’abitazione era calda e avvolgente, notò la foto di Mao appesa al muro ma non si soffermò più di tanto.

 “Dopodomani inizierai delle sessioni di autocritica.” Esordì il suo patrigno.

“Va bene”, rispose lei.

Gli anni passarono e Niva capì che quella famiglia era molto rigida con le regole che il leader imponeva. Doveva partecipare a tutte le manifestazioni e non poteva saltare nessuna sessione.

“Serve per migliorare il nostro modo di pensare”, sostenevano i suoi genitori.

L’unico attimo che poteva spendere come voleva era quando era impegnata in lavori extra per aiutare la Cina. Arrivò finalmente il giorno in cui i genitori le diedero l’opportunità di andare all’estero. Senza neanche pensarci, rispose di sì. Almeno per un periodo avrebbe potuto riposare la mente.

Hui Ying e Dalai la accompagnarono all’aeroporto e le diedero un sacchetto d’argento.

“Tieni, è un piccolo regalo per farti ricordare a chi appartieni”, disse la madre.

La scartò e trovò un quadretto con all’interno la foto di Mao. Rimase veramente male e si domandò se fosse possibile che fossero così fissati!

“Vi hanno fatto il lavaggio del cervello!” avrebbe voluto rispondergli ma si trattenne.

“Molte grazie”, ribatté.

Si mise a bordo dell’aereo e dopo ore e ore si ritrovò in Italia. Pareva così diversa, accogliente e soprattutto indipendente! Poi Niva udì un suono della sveglia che la strappò da questo sogno o forse da un incubo. È “1984”, disse tra sé e sé con la voce ancora assonnata. Si mise le pantofole e scese al piano di sotto per fare colazione.

Andra, come Niva, non aveva chiuso occhio, anzi il sangue le tremava nelle vene e si sentiva addosso un forte senso di colpa. Passò qualche ora e finalmente si addormentò. La sua mente era ancora lì, in quel posto. Quel posto che, per quanto fosse casa sua, cercava di dimenticare. Era il 10 Maggio 1975, giorno del suo quindicesimo compleanno, per chi se lo fosse ricordato, quando le guardie rosse fecero irruzione in casa sua; era ormai un’abitudine. Andra trovava questo gesto non giusto in fondo, ma non era sbagliato: se Mao aveva ordinato loro così, allora era più che lecito. I Cinesi amavano Mao, era come un padre, perché alcuni di loro erano proprio cresciuti insieme a lui; inoltre, era un liberatore.

Eppure lei, nonostante le frequenti sessioni di autocritica, non riusciva a capire cosa ci fosse di sbagliato nella sua mente, dal momento che si chiedeva che ci fosse di male a tenere anche solo un libro in casa.

Andra era figlia di due insegnanti e questo fu per lei veramente difficile da accettare. Provava un attaccamento nei confronti dei genitori, che le avevano trasmesso in qualche modo la passione per il sapere, ma al tempo stesso li “ripudiava” perché andavano contro al regime di Mao. I due coniugi riuscirono in qualche modo a nascondersi, ma durò ben poco. Erano stati condannati a morte per essere dei controrivoluzionari. Andra non sapeva cosa pensare. Non sapeva più pensare. Non trovava parole, perché anche le parole si stavano smantellando, dire qualcosa non aveva più senso. Non aveva più una sua identità, l’unica cosa che sapeva era che si odiava e basta. Perché era colpa sua se aveva pianto davanti ai corpi inermi dei genitori, e colpa sua se non riusciva a contribuire al regime arruolandosi. Lei non era mai stata una forte, provava insicurezza davanti a tutto ciò che diceva e faceva, e non c’era traccia di idea sicura della sua testa, se non quella del “sono sbagliata, ed è colpa mia”. 

Le fu almeno risparmiato di eseguire uccisioni, perché dal momento che il “capo” del gruppo Jong-xi provava una specie di “ammirazione” nei suoi confronti e la conosceva da molti anni, le preservò almeno questo. Le fu risparmiato tutto tranne l’uccisione dei genitori. Quella sarebbe dovuta toccare a lei.

18 maggio 1975, casa sua.

 I genitori furono portati fuori dall’abitazione con violenza, e dopo averli gettati a terra gli altri componenti del gruppo la incalzarono con sorriso sardonico: ”Ora spara”.

Andra impallidì, iniziò a batterle forte il cuore e a provare tanta tristezza e rimpianto.

Quel giorno non c’era Jong-zi.

Gli occhi traboccanti d’amore di sua madre ed il sorriso che riuscì a rivolgerle suo padre, nonostante tutto, furono l’ultima cosa che vide. Si sentì uno sparo. Era stata Xiao-Lei, sua “compagna” nelle truppe, a ucciderli al posto suo.

Dopo anni, una lacrima. Dopo tempo a non riuscire a versarne neanche una, una lacrima. Le guardie rosse la guardarono, e dopo averla squadrata da capo a piedi, presero le loro cose e se ne andarono.

 “Grazie Xiao”, fu l’unica cosa che riuscì a dirle. “Ho fatto quello che dovevo fare, neanche io sarei riuscita al posto tuo” ribadì lei. Poi se ne andò.

In qualche modo, giorni dopo, Andra riuscì a dar loro una “corretta” sepoltura, grazie all’aiuto del capogruppo. Quello fu un miracolo, dato che il cannibalismo era rituale.

“Non li mangeremo, ma solo perché avremmo schifo a toccare il corpo di due anti-rivoluzionari” fu la scusa.

Lei tacque e lo guardò negli occhi. Quel che successe dopo non lo ricordò. Stette tutto il tempo davanti ai genitori a fissarli con occhi vuoti. Sospirò e tornò da dove era venuta. La vita fu peggio di un inferno, ed il suo continuo stato di autocritica non migliorava, anzi, si sentiva sempre più sbagliata per via dei sentimenti che provava. Passò un anno e poi ne passarono 3, finché le cose cambiarono.

Una lettera. Era stata “selezionata” per poter frequentare l’università all’estero. Andra si sentì sorprendentemente sollevata. Felice no, quello mai; era stato Mao a dire ciò che doveva essere fatto, non poteva essere contro a ciò che aveva stabilito il “Grande padre”, e quindi essere felice per potersene andare era inappropriato. Dopo anni riuscì ad abbozzare un sorriso. Che strana sensazione.

Detto ciò, partì due mesi dopo per l’Europa, dopo aver salutato le “tombe” dei genitori, dove ora era stato piantato un albero. Guardò con un senso di stranezza nuova l’immagine di Mao, che prese con sé ma che perse durante il volo.

Salutò per l’ultima volta i compaesani Xiao-lei e Jong-zi. Lui le sorrise tristemente: ”Mi lasci qui?” “I-io ecco..”. Non fece in tempo a terminare la frase che lui la baciò sulla fronte e, abbracciandola, le augurò il meglio. Lei, rossa come un peperone, rivolse un’ultima occhiata a Xiao, che le fece l’occhiolino. Salì sull’aereo, e si lasciò come alle spalle quel “tarlo” che si portava dentro o, meglio, solo in parte lo lasciò.

Si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza e, caso o fortuna, conobbe le altre due. Nessuna disse niente sulla rivoluzione nel loro paese, ma si trovarono da subito molto bene nonostante i caratteri diversi. Andra si svegliò e di colpo andò in bagno a piangere. Pochi attimi dopo tornò in camera un po’ rasserenata.  

La mattina seguente le due ragazze, Niva e Andra, raccontarono a Moa quello che era successo durante la notte. Moa era l’unica delle tre a non aver avuto incubi. Però delle strane e insolite coincidenze accaddero quella mattina. Moa uscì prima di casa perché voleva andare a fare colazione in un bar. Appena fuori dal suo appartamento, davanti a lei c’era una bancarella che vendeva pomodori e cetrioli. Il fruttivendolo urlava: “Vendo i cetrioli più grandi al mondo, pomodori sono così pesanti che due bambini non riescono a sollevarli”. Moa si fermò di scatto e impallidì. In fretta scacciò via quel pensiero che le era passato per la testa e continuò per la sua strada.

Passò per una via che non aveva mai visto, alzò lo sguardo da terra e scorse un bar con scritto “1976”. La giovane non ci poteva credere: era la seconda volta che la sua mente la riportava al suo paese d’origine. Tuttavia, proseguì comunque per la sua strada. Arrivò al bar, fece colazione con una brioche alla marmellata e un cappuccio. Erano arrivate le 7.50 e si diresse all’università. Arrivate all’ultima ora, il professore aveva iniziato ad illustrare alcuni diritti civili riguardanti l’Europa, quando un compagno di corso alzò la mano e chiese: “Se io mangio i bambini mi arrestano?” Proprio in quel momento Moa svenne. Nella sua testa le frullavano mille pensieri riguardanti le coincidenze accadute la mattina stessa. Magicamente la mente la riportò in quel luogo.

Piazza Tien’anmen, Pechino.

In quella piazza tutti i cinesi erano riuniti per assistere al rogo dei libri. L’esecuzione fu decisamente breve e Moa era in prima fila. Oggi non sarebbe toccato a lei bruciare i libri. Oggi sarebbe toccato ai volumi di filosofia e la ragazza non voleva di sicuro perdersi la scena. L’odio che aveva verso i libri era indescrivibile. Troppe parole inutili e troppe bugie contenute al loro interno. Questo era uno dei motivi per cui si era arruolata: distruggere quei produttori di falsità.

Per Moa, Mao era come un Dio, per questo non credeva in alcuna religione, dopotutto come tutti i cinesi, a favore di un’adorazione assoluta verso Mao.

Un avvenimento che aveva segnato molto l’infanzia della ragazza non riguardava però i libri. Era una mattina di primavera e Moa stava facendo il suo solito giro di perlustrazione. Ad un tratto, udì una voce che la chiamava. Si girò di scatto. Era Tsu-iao, un’amica della giovane.

“Moa vieni qua”, le disse. La raggiunse. “Guarda cosa ho trovato …”, era il corpo di un bambino. A primo impatto sembrava morto congelato. Ma era avvolto in un panno. L’amica di Moa si fece coraggio e decise di toglierlo.

Non potevano credere ai loro occhi, era un bambino che avevano ucciso poco prima. Il sangue si gelò nelle loro vene. Dalla collana che portava al collo capirono subito che era un loro caro amico: Masao.

Da quel momento le due bambine si guardarono negli occhi e cominciarono a piangere ininterrottamente. Avevano appena perso un amico, per colpa di Mao.

Da quel momento il pensiero di Moa e di Tsu-iao cambiò drasticamente sul dittatore. Inizialmente lo accettarono a fatica perché non credevano ai loro occhi. Avevano solo un pensiero che gli passava per la testa: andare via dalla Cina. Fortunatamente arrivò una lettera per l’amica: era possibile fare un campus in Francia. Tsu-iao accettò subito e andò anche Moa. Poco tempo dopo Moa vinse una borsa di studio per andare in Italia. Arrivò molto in fretta il giorno della partenza. Lì conobbe Niva e Andra in università e fu un caso… ma forse il caso più bello che le capitò. Per questo presero un appartamento insieme e andarono a vivere insieme.

Moa si risvegliò per colpa del suono dell’ambulanza che la stava portando in ospedale. Era cosciente. Il medico le domandò se andasse tutto bene. Lei rispose di sì. Arrivata in ospedale, fece qualche esame… era tutto a posto, stava benissimo. Tornata a casa c’erano Andra e Niva ad aspettarla. Raccontò tutto il suo incubo.

Il libro e gli avvenimenti del loro passato avevano risvegliato in loro qualcosa, ognuna con vicende diverse ma tutte con una cosa in comune: la nazionalità cinese. Il modo di pensare, la cultura, le bugie del loro paese. Avevano capito che ognuno è diverso, libero di pensare, di esprimere il proprio parere, non venendo attaccato e criticato. Per loro questo era un concetto astratto, lontano e quasi inafferrabile.

 “Questa esperienza ci ha cambiate radicalmente” disse Moa.

 “Già” ribatterono le altre.

Infine, si riunirono in un abbraccio, silenzioso ma significativo e stracolmo di emozioni. Finisce qui la storia di tre ragazze scappate per pura fortuna e bravura dalle tragedie e dalle rigide regole di uno Stato con la mentalità chiusa, da una nazione con la dittatura. Di uno stato che un giorno magari potrà essere veramente libero. 

Alunne della classe 3^ B

Scuola secondaria di I grado