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Tempo di vacanze, tempo di libri – 2

14 luglio 2021 - Tempo di lettura: 5 minuti

Categoria: Libri

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Christiane, protagonista del romanzo Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, pubblicato da Rizzoli, sin da piccola non ha avuto una vita semplice: il padre era violento, alcolizzato e poco presente, mentre la madre era costretta a lavorare tutto il giorno per mantenere i figli. Un giorno la mamma, stanca della situazione partì insieme a Christiane per Gropiusstadt, un quartiere povero di Berlino, per ricominciare una nuova vita.

La ragazza iniziò così ad andare in una nuova scuola e, dopo un primo periodo di solitudine, conobbe Kessi. Diventarono subito amiche per la pelle. Insieme frequentavano un gruppo di ragazzi tra cui Atze, Axel, Bernd e Detlef con i quali si divertivano ogni sera al Sound, nota come la discoteca più moderna d’Europa, ma in realtà era tutt’altro: un luogo dove la droga, l’alcool e il fumo erano l’attrazione principale.

Una mattina la mamma di Kessi vide le due ragazze in attesa della metropolitana e capì immediatamente dove erano state, perciò proibì alla figlia di uscire con quel gruppo così poco affidabile. Christiane invece continuò a vedere quei ragazzi, in particolare si avvicinò molto ad Atze e pian piano tra i due nacque un sentimento d’amore. Purtroppo però per Atze era solo un’avventura e presto si allontanò da lei senza darle alcuna spiegazione.

La ragazza all’inizio ci rimase male, ma poi scoprì di essere innamorata di Detlef (che faceva uso di sostanze stupefacenti) e con lui fece coppia fissa. Il giorno del suo compleanno Detlef la portò al concerto del suo cantante preferito, David Bowie, e qui lei sniffò per la prima volta l’eroina. Christiane conobbe poi Stella e Babsi, due ragazzine che erano già nel giro della droga, con le quali insieme a Detlef andava ogni giorno alla stazione dello zoo di Berlino, per racimolare i soldi necessari per acquistare la droga prostituendosi. Christiane ora finalmente si sentiva pronta per il suo primo buco e così seguì Detlef nei bagni pubblici. Qui si promisero che la droga non doveva essere una dipendenza, ma solo un modo per dimenticare ogni tanto i loro problemi. Purtroppo la promessa non venne mantenuta e avendo bisogno di più soldi, cercavano di soddisfare più clienti possibili. In una tranquilla domenica mattina, Christiane era nel bagno di casa sua per farsi una pera quando la madre la scoprì. Cercò di aiutarla a disintossicarsi chiudendola per sette giorni insieme a Detlef in una stanza con dei tranquillanti. I due con grande fatica sembravano essere riusciti nell’impresa, ma dopo pochi giorni ci ricascarono di nuovo.

La madre era ormai convinta che fossero diventati dei bravi ragazzi, fino a quando la polizia non le disse che la figlia era stata beccata con della droga in tasca ed allora si arrese, abbandonandola. Più e più volte Detlef e Christiane cercarono di venirne fuori, ma senza risultati. La ragazza, che si era resa conto della gravità della situazione, decise di cercare una struttura dedicata a risolvere questi problemi per farsi aiutare. Anche questa soluzione non funzionò perché lei continuava a scappare. Nel frattempo Detlef e Bernd andarono a Parigi e qui riuscirono a disintossicarsi. Christiane dopo un po’ di tempo scoprì, leggendo il giornale, che la sua amica Babsi era morta e tentò così il suicidio. La madre, ormai esausta e senza speranza, decise di prendere la figlia e portarla ad Asburgo, dove vivevano i loro parenti più stretti, per iniziare una nuova vita senza droga, con nuovi amici e una nuova famiglia.

Del libro Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino ho apprezzato molto il metodo di scrittura, semplice e coinvolgente anche se un po’ volgare. Una cosa che non mi è piaciuta è che il libro non è suddiviso in capitoli, questo ha reso più complessa la lettura. Mi ha colpito particolarmente la volontà di Christiane nel cercare di disintossicarsi dall’eroina e, anche se per la maggior parte delle volte fallisce, ha lottato a lungo insieme a Detlef pur di raggiungere questo obiettivo. Il libro lo consiglierei a chi è appassionato di letture insolite e particolari e di biografie. La storia di questi ragazzi mi ha fatto molto riflettere: erano disposti a tutto pur di avere ciò che secondo loro li faceva stare bene, mettendo a repentaglio la loro stessa vita… per cosa? Per sentirsi felicemente drogati?

Solo col passare del tempo si sono resi conti di ciò che realmente stava accadendo e hanno provato a cercare così una via d’uscita. Nulla è stato semplice, ma alla fine la determinazione e l’amicizia hanno contribuito a dare la vera felicità a questi ragazzi. È importante quindi che noi ragazzi impariamo a stare attenti usando la testa prima di fare scelte che potrebbero essere sbagliate e soprattutto non dobbiamo esitare a parlare dei nostri problemi con le persone che ci vogliono bene e che potrebbero darci una mano per affrontarli. Non dobbiamo mai sentirci soli.

Inoltre se si vuole raggiungere un obiettivo non bisogna mai abbattersi ma bisogna continuare fino alla fine. Christiane in questo modo non è riuscita a fare felice solo sua mamma e il suo amato Detlef ma anche sé stessa!
Credo che molti dovrebbero prendere esempio dalla madre della ragazza che, quando ha scoperto che sua figlia si bucava, non l’ha cacciata di casa ma l’ha aiutata ad uscirne, magari le prime volte senza alcun risultato ma con il tempo e la pazienza è riuscita nel suo intento.

Questo romanzo non lo consiglierei alle persone che sono molto sensibili, perché in certi momenti il linguaggio è duro e diretto e lascia poco all’immaginazione.

Anna Gualeni