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Occhi gialli

30 gennaio 2025 - Tempo di lettura: 6 minuti

Categoria: Parole per...

Castello di Montebello (Rimini) – Una leggenda racconta che nel XIV secolo la principessa Azzurrina fosse scomparsa in una delle sale del castello mentre stava giocando con la sua palla. Le guardie avevano sentito delle urla, ma una volta arrivate sul posto non avevano trovato nulla. Nessuno aveva mai più visto la bambina, ma si diceva che da allora il suo spettro infestasse il palazzo.

Da qui inizia il racconto…

Eravamo arrivati, lo avevo capito perché mamma aveva iniziato a strombettare.

Quando alzai lo sguardo dal cellulare, vidi una piccola tenuta a due piani, in mezzo un grande portone azzurro scrostato e due finestre al piano di sotto e tre di sopra.

Pensai che per la prima volta quegli storditi dei miei genitori avessero scelto una casa decente.

Quando tornai in me, mio padre mi disse: “Bene scimmietta, siamo arrivati”. Odiavo quando mi chiamava così, insomma non avevo più cinque anni!

Decisi di far finta di niente e fare un cenno col mento.

Uscimmo dall’auto, papà e io andammo a prendere le valigie nel bagagliaio, mentre mamma corse da una signora ben composta, con capelli molto curati, e le diede un grosso abbraccio che lei ricambiò a stento.

Passata una decina di minuti, io e papà avevamo raggiunto la mamma e la donna che, per aspettarci, parlavano del più e del meno.

Quando arrivammo, la signora si presentò e ci abbracciò come se la conoscessimo da una vita, io però non l’avevo mai vista! Iniziò a parlare con una voce talmente stridula che ci spaccò i timpani: “Luca, Alberto! Che piacere rivedervi! Oh Luca, quanto sei cresciuto…”

E una volta detto questo mi strinse in un lungo abbraccio che non sopportai.

Dopo ci incamminammo, e lì capii che non era quella la casa, infatti raggiungemmo una piccola dimora di legno (che intuii appartenesse alla donna) con un portone verde petrolio. ERA ORRIBILE!

Ma me lo dovevo aspettare dai miei genitori.

Una volta svuotate le valigie, arrivò il tardo pomeriggio e la donna (in seguito scoprii che si chiamava Susannah) mi disse che aveva un figlio quindicenne di nome Manuel.

Dato che aveva un anno in più di me e una fantastica moto, pensai bene di andare a trovarlo. Neanche il tempo di uscire dalla mia stanza che papà urlò: “Scimmietta, è pronta la cena!”

La cena era una schifezza, che toccai a malapena, carciofi impanati, che orrore!

Ne presi uno e me lo misi in tasca per portarlo a un asinello che stava in un prato poco più avanti della casa; poi raggiunsi camera mia, dove raccolsi il mio portafogli e ci cacciai dentro una manciata di banconote da dieci euro, poi afferrai il telefono dal letto scricchiolante e annunciai che sarei uscito.

Mi avviai verso la casa di Manuel e, una volta raggiunta, suonai al campanello, dopo un po’ di tempo mi aprì proprio lui. Ci salutammo con una sonora pacca sulla schiena, parlammo un po’ e poi decidemmo di montare sulla sua moto e andare a mangiarci una pizza, in un posto da urlo…almeno così diceva lui.

Nel viaggio notai che aveva gli occhi rossissimi e le pupille dilatate, ma pensavo che il fumo avesse già preso il sopravvento su di lui, io avevo provato qualche volta ma non mi era piaciuto più di tanto.

Raggiungemmo la pizzeria che era peggio della casetta dove c’eravamo piazzati.

La lampada era storta e la luce fredda, abbassando lo sguardo vidi un bancone bianco impolverato e vicino un forno per la pizza con un fuoco scoppiettante. Il locale era affollato e questo almeno dava un senso di accoglienza, eppure tutte le persone erano strane, con gli stessi occhi di Manuel, apparentemente ORRENDI!

Indossavano tutti delle T-shirt e con il freddo che faceva a causa delle finestre spalancate, mi veniva da rabbrividire solo a guardarli. Notai che avevano una strana scritta tatuata sul braccio, iniziava con “AZ”, almeno così sembrava, ma non lessi altro.

Manuel mi fece tornare alla realtà e, subito dopo, ci accolse una cameriera che ci fece “accomodare”.

Nell’aria c’era un odore di birra e alcool che mi provocò la nausea, tanto che toccai solo tre fette di pizza.

Io e Manuel parlammo un po’ di tutto ma lui sembrava nascondere un segreto, un grande segreto.

Dopo qualche giorno passato con Manuel, sua sorellina Beatriz, che ci dava fastidio, e la mia noiosa famiglia, arrivò il momento tanto atteso, da tutti tranne che da me.

Andammo a visitare il castello, mamma e papà erano entusiasti, io molto meno, ma cercai di non darci troppo peso. Esplorammo un po’ il giardino, poi arrivò una guida che ci fece visitare il luogo e ci raccontò molte curiosità. Nella pausa pranzo addentai un panino al formaggio che mamma aveva preparato. Mi sedetti su una panchina e accesi il display del telefono.

“328 messaggi dal gruppo Halloween”.

Insomma basta!

Pensai di abbandonare il gruppo, ma l’attenzione cadde su tre messaggi di Manuel. In questi quattro giorni si era fatto insistente, ogni volta trovava il modo perché potessimo incontrarci. Mi infilai le cuffiette e ascoltai l’audio: “Ehi Luca! Oggi ti va di vederci?” Gli risposi con un “OKAY” e concordammo l’orario.

La visita riprese. Una volta conclusa, mamma durante il viaggio di ritorno ci raccontò tutti i suoi appunti, che aveva segnato su una piccola agenda lilla e celeste. Per poco non mi addormentai!

Appena arrivati a casa, mi feci una doccia veloce, mi vestii, presi le solite cose e uscii. Quando lo raggiunsi montai sulla sua moto e partimmo.

A un certo punto mi si raggelò il sangue, vidi sul suo braccio la stessa scritta che avevano le persone strane di qualche giorno prima alla pizzeria, completa, la parola formava la parola “Azurin”.

Subito mi venne un flash, che mi fece accelerare il battito; Azzurrina nell’antico latino si scriveva “Azurin” e questo non mi fece tranquillizzare.

COSA SIGNIFICAVA QUELLA SCRITTA!?!

E soprattutto perché Manuel e quelle persone ce l’avevano tatuata sul braccio!?

Lessi a bassa voce la scritta per capire se fosse tutto reale, all’improvviso mi accorsi che non eravamo alla pizzeria e improvvisamente si fece tutto buio. Durante un lampo di luce vidi Manuel abbandonare la moto per terra con me ancora sopra.

CHE STAVA FACENDO!?

Concluso quell’ attimo di luce accecante, iniziò una pioggia picchiettante e continua.

POI GLI OCCHI DI MANUEL!

Erano completamente gialli e pareva che uscissero fuori dalle orbite, restavano visibili solo le venature rosse sangue che pulsavano.

URLAI.

Un urlo lacerante che pareva spezzare tutto. Il mostro iniziò a strappare ogni pezzo di me, prima mi staccò un piede, scendeva sangue che si spargeva dappertutto. Cercai di alzarmi, ma era troppo tardi, il dolore mi aveva invaso il corpo e ormai non c’era più niente da fare, solo aspettare di non farcela più fino al punto di MORIRE. Dietro di lui sentii dei tonfi, urla e passi, poi altri occhi iniziarono a fissarmi e si complimentarono con Manuel.

Ma perchè!?

Poi una vocina da bambinetta disse: “Spostatevi sciocchi! Fatemi vedere la mia nuova vittima”.

Avevo capito tutto… non ci potevo ancora credere.

Il sussurro di Manuel spezzò il silenzio: “Missione compiuta…Azzurr…”.

Emma Bonfadini