Emozioni in rock con Eddie Vedder e i Pearl Jam a Milano
13 marzo 2019 - Tempo di lettura: 5 minuti
Categoria: Musicadi Simone Nessi
Serata emozionante, rock puro, allegria e bella musica… ma andiamo con calma.
Un giorno mio padre, tornando dal lavoro, mostrò a mia madre due pezzi di carta. Io, preso dalla curiosità, cercai di vedere cosa c’era scritto o disegnato, ma mio padre li prese e li mise nella sua ventiquattrore e da lì non uscirono fino ad un giorno di gennaio.
Giornata fredda e piovosa di inizio anno…
Ero tornato da poco dall’allenamento di basket e mi ero appena seduto davanti ad un piatto di spaghetti fumanti. Quando ebbi finito, mi alzai per sparecchiare e, con mia grande sorpresa, mi accorsi che sotto il piatto si trovavano due biglietti simili a quelli che ti permettono di entrare in uno stadio per vedere una partita di calcio, non troppo diversi da quelli che avevo visto qualche mese prima e che mio padre aveva nascosto nella sua valigetta. D’ istinto li girai… la prima cosa che mi colpì fu un disegno stampato al centro, ove vi erano raffigurate quattro persone, quattro musicisti, con chitarre in mano! I PEARL JAM a MILANO, più precisamente a Rho in zona Expo…
Mi emozionai tantissimo, perché i Pearl Jam sono una delle mie Rock band preferite. Abbracciai mia madre e la ringraziai in tutti i modi possibili ed immaginabili.
Nati a Seattle nel 1990 e capitanati dal front man e cantante Eddie Vedder, i Pearl Jam sono considerati, insieme ai Nirvana, i maggiori esponenti del grunge, inseriti nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2017.
I mesi passavano velocemente ed io non stavo più nella pelle alla sola idea del concerto… Finalmente il fatidico giorno arrivò. Mi svegliai prestissimo verso le sette e mezza, mi vestii e aspettai che mio padre si alzasse.
Cercai di svegliarlo ma lui mi mandò al diavolo perché il concerto sarebbe iniziato alle 21 e quindi saremmo partiti nel primo pomeriggio. Con la coda tra le gambe me ne tornai in camera mia e lì aspettai e aspettai, finché non mi addormentai. Mi risvegliai verso mezzogiorno, mia madre era già al lavoro da un pezzo e i miei fratelli erano dai nonni, quindi avevo tutto il pomeriggio per prepararmi.
Circa alle quindici noi due salimmo in macchina, ero felicissimo, il viaggio durò circa due ore, ma nonostante tutto fu divertentissimo; mio padre mi faceva ridere a crepapelle e insieme cantavamo le canzoni dei Pearl Jam e di Bruce Springsteen. Parcheggiammo la macchina a circa due chilometri dall’ area Expo in un parcheggio già predisposto per l’evento. Passati i controlli di routine, arrivammo in un grande spiazzo, in prossimità del palco, gigantesco, stratosferico, illuminato da luci coloratissime.
Stavamo morendo di fame e per questo iniziammo a girare a destra e a manca alla ricerca di un bar. Ero in coda aspettando il rifornimento viveri, quando tutto d’ un tratto in lontananza sentii un ronzio, alzai gli occhi, ma in cielo non si vedevano aerei, nello stesso istante in cui mi girai vidi un bagliore, poi sentii un rumore elettrico e metallico.
Stava iniziando a suonare una band della quale non conoscevo il nome, ma mi pareva chiaro che non erano i Pearl Jam. Mio padre, appena arrivato, vedendomi perplesso, mi confermò che quelli erano gli Stereophonics, rock band gallese costituitasi nel 1992, considerata il top della seconda ondata del Britpop.
Bravissimi. Un brano mi colpì molto, più degli altri, intitolato Dakota, rock orecchiabile, con decise influenze punk. Ascoltai tutto il concerto di quel gruppo, un’ora intensa e coinvolgente.
Di seguito i man in black salirono sul palco per spostare gli strumenti e le impalcature, insomma per preparare il palco per l’esibizione successiva.
Eccoli, finalmente. I Pearl Jam, in ritardo di circa un quarto d’ ora. Il pubblico in delirio!
Stranamente il concerto non iniziò con una canzone, come di consueto, ma con un “brevissimo” discorso in italiano da parte di Eddie. “Quando sono venuto qua per la prima volta, ho incominciato con Realase”.
Eccola infatti, ballata lenta in cui la voce, in un magico crescendo, si impasta alla perfezione con il suono dolce della chitarra.
Poi fu il turno di Do the evolution, introdotta da un assolo pazzesco del chitarrista. Sicuramente è una delle mie canzoni preferite, che infatti cantai a squarciagola insieme a tutti, in perfetta sintonia con Eddie.
E poi ancora Wishlist, magica, Even Flow, travolgente e bellissima, Corduroy, quasi hard, e Immortality: tutte piazzate nel cuore del concerto, momenti emozionanti, carichi di tensione, di vibrazioni positive.
All’improvviso un colpo di scena: Eddie invitò sua moglie sul palco, chiedendole di brindare insieme a lui. Fui colpito dalla scritta stampata sul parka verde che la signora portava: “Yes we all care, y don’t u?”. Un fuori programma in risposta al “parka delle polemiche”, sfoggiato qualche tempo prima da una première dame presidenziale….
Ritornando alla musica, venne proposta I Got Id, realizzata in collaborazione con Neil Young, mostro sacro della musica di tutti i tempi. E con essa il concerto si avviava alla chiusura.
Un po’ strano, dal momento che mio padre mi aveva spiegato che i Pearl Jam finivano sempre le loro serate con Yellow Ledbetter: in questo brano si dice “I don’t want to stay”. Ed è per questo che qualcosa non mi tornava…
Dopo qualche minuto mi girai e tentai di andarmene ma mio padre mi fermò.
Improvvisamente le luci si tinsero di rosso, i Pearl Jam salirono sul palco, il pubblico rumoreggiò e subito partì una canzone, Porch, l’unico pezzo della band che unisce il rap al rock; colpisce, infatti, la dimensione parlata rispetto a quella sonora. La gente cantava a squarciagola e si scatenava in delirio.
Con Alive e poi con Black, splendida ballad che parla di un amore finito sfumato in nero, finì il nostro sogno, durato due ore. Due ore di musica proposta con grande energia, da un gruppo che dal vivo riesce ancora a dare il meglio di sé, giustificando nel tempo la propria costanza e linearità.

